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Centri fortificati, santuari, strade e necropoli.....
Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi  maggiori info autore
Così il De Nino descriveva nel 1892 i resti presenti sul Monte Praticelle  (14): "... Nessuno poi dei patrii scrittori fa menzione delle antichità da me scoperte sul monte che ripido s'innalza nella contrada s. Manno. 
Già appena cominciasi ad ascendere veggonsi frammenti di pythoi, di stamnoi, di tegoloni. 
Crescono questi frammenti man mano che giungesi al culmine, dove trovasi uno spianato che va degradando dalla parte opposta e che si denomina la Civita. 
E da quella parte si prolunga una notevole estensione di cinta poligonica dell'età primitiva, più o meno alta, e qua e là interrotta, per la lunghezza di oltre m. 400. A nord-ovest la cinta, per m 76, è di vivi massi, riannodata alla cinta artificiale con mura lunghe m 6,10, larghe m 1,80 e alte m 8,40. 
La cinta segue per la lunghezza di m 8,40, in pietre accatastate, e poi per altri m 165, parte conservata e parte scomposta; quindi per m 75 è discretamente conservata e della stessa larghezza. 
La cinta piega quindi ad ovest, per m 60, e in ultimo, lasciando ovest e piegando a sud, si prolunga per altri m 30. Continuando ancora, seguono rocce inaccessibili. 
L'ingresso stava anche da quella parte della residuale cinta; giacché al disotto, in un vallone che si curva e va a riuscire al piano di s. Manno, sono manifeste, in vari punti, le tracce di una strada tagliata nella rupe... " (15). 
Il centro fortificato è attualmente mal conservato e molti tratti descritti dal De Nino sono ormai completamente crollati o nascosti da una folta vegetazione. 
L'oppidum è situato sull'altura detta " la Civita di S. Manno " o " le Pretacce " (sbagliato è invece il nome moderno di Praticelle, dovuto ad un errore dei cartografi piemontesi che compilarono le prime carte militari della zona), a quota 911 che costituisce la sommità del complesso fortificato. 
Ancora visibile, sebbene in parte crollato, è il settore sud sud-ovest con tratti di murature in opera poligonale di I e II maniera conservati fino a tre filari di blocchi in elevato (figg. 21-22). 
Sul lato sud-est il recinto è costituito da una tagliata di roccia in alcuni casi artificialmente adattata a muro; sui settori nord ed ovest la vegetazione cospicua e folta non permette di percorrere il circuito murario. Sul lato sud-ovest è visibile l'ingresso al cireuito murario (tav. Il) che è costituito da una porta a " corridoio interno obliquo ", di cui non è possibile dare le esatte misure della profondità dell'ingresso, dato lo stato di rinterro, ma con larghezza di circa due metri (16). 
Nelle vicinanze della porta, nell'interno, è possibile riconoscere i resti di una strada interna anulare che permetteva di percorrere il circuito murario e che divideva l'abitato dagli apprestamenti difensivi (17).
Nell'interno e sui resti crollati delle mura, in vicinanza della porta, si notano sulla superficie numerosi frammenti fittili relativi a teguale (tegoloni), vasellame (per lo più olle d'impasto con presine a linguetta) e una massa enorme di dolia: quest'ultimi caratterizzati da un impasto grossolano ricco di inclusi e di cui si possono riconoscere alcune forme caratterizzate da semplici decorazioni a impressioni digitali. 
  
Sono inoltre da notare anche resti di macine e macinelli di pietra vulcanica, in prevalenza trachite di provenienza laziale (tav. IV). 
All'esterno della porta e per tutto il settore sud-ovest, si notano i resti, in parte ricolmi dal crollo delle mura, di un fossato difensivo scavato nella roccia calcarea del pendio, La funzione di questa difesa avanzata (il fossato) era quella di rendere più sicura la parte sud-ovest del recinto murario più esposta all'attacco proveniente dall'esterno, sia per la presenza della porta che per il declivio dolce visibile su questo settore "(18). 
L'importanza del centro fortificato, sicuramente abitato stabilmente data la presenza numerosa di tegolame, è confermata dall'area occupata, di circa 15 ettari, e dalla grandiosa strada carraia che permetteva i raggiungere il centro dal piano di S. Manno (tav. Il). La strada è per intero ricavata sulla viva roccia calcarea del pendio est sud-est di Monte Praticelle (figg. 23-24); la larghezza supera i tre metri, mentre sul lato a valle è presente un muretto di terrazzamento composto da pietre e blocchi calcarei posti a secco. 

La strada, proveniente dalla circonfucense e precisamente dal santuario di Giove e dei Dioscuri, raggiungeva il centro fortificato per poi proseguire per i piani dei " Tristeri " e, costeggiando sulla sinistra, entrare nella valle del " Cantone " dove è situata la necropoli. 
Qui si divideva in due bracci di cui: uno proseguiva per la valle fino a raggiungere " Le Mandrelle " (19); l'altro risaliva il vallone " Casaccone, sul lato destro, per poi toccare, ed aggirare sul lato sud-ovest, l'acropoli della " Giostra ". Questo secondo sentiero proseguiva scendendo in basso lungo il vallone di " S. Castro " per poi raggiungere il " Vado della Rimessa " ed il piano di Amplero (20). 
Lungo questo sentiero, sui balzi rocciosi sud-ovest di S. Castro (al di sotto della cisterna detta " tomba del prigioniero ") è venuta alla luce una tomba a " grotticella " del IV secolo a. C. con corredo metallico di tipo celtico, composto da due lunghe spade di ferro con relativo fodero, da due punte di lance di ferro intenzionalmente ripiegate e rese inservibili. 
Il corredo trova riscontro con la tomba 502 della necropoli gallica di Numana nelle Marche (antico Piceno), datata all'ultimo quarto del IV secolo a. C. (21).
La presenza di alcuni guerrieri galli nella comunità marsa di Amplero è confermata anche da alcuni rinvenimenti avvenuti, in superficie, sull'acropoli della Giostra.
In particolare, oltre ad un bronzetto di cavaliere, forse in abito gallico (in origine applicato sul bordo di un bacile bronzeo), è da segnalare un'applique lanceolata relativa all'attacco di un'ansa di uno stamnos di bronzo. Sotto il foro dell'attacco dell'ansa, tozza raffigurazione di maschera a doppio volto prospettico di satiro caratterizzato, oltre che dalle grandi orecchie drizzate, da spessi e lunghi baffi terminanti a volute. 
  
L'insieme della raffigurazione e il particolare dei baffi trova confronto con sculture dell'area celtica, in particolare con la testa di eroe celtico di Msecké Zehrovice, distretto di Nové Strasecf. (Boemia) (22). 
In realtà l'applique costituisce una imitazione, celtizzata, di appliques di stamnoi di produzione greco-etrusca recuperati a Montorio dei Frentani nel Molise e databili, per associazione ad altri materiali, fra il V e IV secolo a. C.. Ritengo comunque che mana nelle Marche (antico Piceno), datata all'ultimo quarto del IV secolo a. C." . 
La presenza di alcuni guerrieri galli nella comunità marsa di Amplero è confermata anche da alcuni rinvenimenti avvenuti, in superficie, sull'acropoli della Giostra. In particolare, oltre ad un bronzetto di cavaliere, forse in abito gallico (in origine applicato sul bordo di un bacile bronzeo), è da segnalare un'applique lanceolata relativa all'attacco di un'ansa di uno stamnos di bronzo. Sotto il foro dell'attacco dell'ansa, tozza raffigurazione di maschera a doppio volto prospettico di satiro caratterizzato, oltre che dalle grandi orecchie drizzate, da spessi e lunghi baffi terminanti a volute. 
L'insieme della raffigurazione e il particolare dei baffi trova confronto con sculture dell'area celtica, in particolare con la testa di eroe celtico di Msecké Zehrovice, distretto di Nové Strasecf (Boemia) . 
In realtà l'applique costituisce una imitazione, celtizzata, di appliques di stamnoi di produzione greco-etrusca recuperati a Montorio dei Frentani nel Molise e databili, per associazione ad altri materiali, fra il V e IV secolo a. C. (23) Ritengo comunque che il nostro esemplare vada datato, stante l'imitazione, alla seconda metà del IV secolo a. C., anche perché associato ad altri materiali di una stipe votiva databile al IV-III secolo a. C. (24) Altro elemento che giustifica la nostra datazione è uno stamnos rinvenuto in un tumulo di pietre a secco a La Motte-Saint-Valentin in Francia, utilizzato come cinerario e con attacchi delle anse di tipo "... scutiformi con delle teste di satiri stilizzate ", datato al IV secolo a. C. e di provenienza italo-greca (25).



  

Note
(14) Per l'oppidam marso vedi: A. Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioei attaali della Diocesi dei Marsi, Avezzano 1896, p. 271; A. De Nino, Avaezi di antiche costruzioni e resti di recinti antichissimi scoperti nel territorio del comune (di Ortacchio), in " Notizie Scavi " 1982, p. 207; C. Letta, Il territorio del Fucieo irs età preromana e romaea, problemi topografici, storici, archeologici, nel volume, AA. VV., Fucino cento anni, 1877-1977, Avezzano 1979, p. 113, n 29; G. Grossi, L'assetto storico ecc., cit., p. 171, n 34.
(15) A. De Nino, op. cit., p. 207. 
(16) Per questo tipo di porta, molto diffusa negli oppida della Marsica, vedi, G. Grossi, I recinti fortificati, " oppida " e " castella ", marsi, nel volume di AA. VV., Atti del I' Convegno Regionale dei Beni Caltarali ed Ambientali d'Abrazzo (Capestrano 1980), Chieti 1981, pp. 66 e nota 12 bis.
(17) Per le strade anulari interne "fasce anulari" vedi G. grossi l'assetto sotiroc ecc. cit. pag. 135
(18) Per i fossati presenti in altri recinti fortificati marsi vedi L'assetto ecc., p. 153 nota 33, e tav. III fig. 1; I recieti ecc,, p. 66 e n. 11.
(19) Per la strada vedi G. Grossi, L'ussetto storico ecc., cit., p. 171, 176. Per la necropoli del Cantone vedi: C. Letta, Scavi nella zona di Amplero, relazione preliminare 1969-1971, in " Studi Classici e Orientali ", vol. XXIV, Pisa 1975, pp. 51-60; Idem, Gli scavi dell'Università di Pisa nella zona di Amplero (comune di Collelongo), in " Abruzzo ", anno XIII, n' 1-2-3 del gennaio-dicembre 1975, Pescara 1975, pp. 4-9.
(20) Recentemente scavi clandestini hanno evidenziato un braccio della necropoli del Cantone posto su un percorso che risale in direzione della Giostra sul lato destro del vallone Casaccone. Si tratta di cinque tombe a camera ed altre tre a fossa (scavate nella roccia), poste su un percorso con andamento NE-SO a quota 1003. Altre tombe sono state violate dai clandestini nel Vado della Rimessa: si tratta di quattro tombe " a grotticella ", ricavate nella roccia del pendio di S. Castro, con stele-chiusino sul davanti del tipo porta Ditis, databili forse al II secolo a. C. Per le steli vedi lo studio di Sauro Gelichi, Stele con rappresentazioee di porta in area marsa, in " Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche ", Lugano 1979, p. 126s. e note 12-13 (un frammento di stele tipo porta Ditis è visibile fra le tombe violate della necropoli del vallone Casaccone). Il sentiero che risale dal Vado della Rimessa per raggiungere la Giostra è sicuramente il sentiero più antico dell'insediamento di Amplero, sia per la presenza di una tomba del IV secolo a. C. che per il collegamento con la porta dell'acropoli, oppidum, della Giostra.
(21) Giuseppina Spadea, Numana, in AA. VV., I Galli e l'Italia, Roma 1978, p. 186 s. : per Ia spada lunga vedi anche la tomba 214 che conserva anche il fodero in ferro con sommità arcuata simile ai due foderi della tomba di Amplero. 
(22) Jan Filip, l Celti alle origirsi dell'Europa (Celtic Civilization and its Heritage, Praga 1976 titolo originale), Roma 1980, foto 20 e p. 178 ss. fig. 41. 
(23) Angela Di Niro, Montorio nei Frentani, in AA. VV., Sannio: Pentri e Frentani dal VI al I secolo a. C., Roma 1980, p. 81 s., n 1, fig. 24, 1: si tratta di tombe a incinerazione, distrutte durante lavori di sbancamento per l'ampliamento di una strada; i due stamnoi recuperati costituivano i cinerari. B possibile che queste tombe siano pertinenti a due personaggi celtici: sepolture celtiche in cui sono utilizzati stamnoi come cinerari sono segnalate in Francia a La-MotteSaint-Valentin a Courcelles-en-Montagne (Haute-Marne), datate al IV secolo a.C.; per esse vedi l'articolo di André Thenot, I caratteri dell'Arte Celtica, in AA. VV., I Galli ecc., cit., p. 56, n' 128.
(24) Furono rinvenuti nella primavera del 1983, in superficie perché riportati in luce da frettolosi scavi clandestini, da alcuni turisti aquilani che consegnarono il tutto al IVIuseo delle tradizioni popolari abruzzesi di Pescara. Si tratta prevalentemente di monetazione greca e romano-campana del IV-III secolo a. C. associata a diversi bronzetti e all'applique da noi studiata. 
(25) Vedi André Thenot, I caratteri dell'Arte Celtica, cit., p. 56. Si tratta con ogni probabilità di bronzistica greco-etrusca prodotta in qualche officina della Valle Padana (Spina o Adria?) per committenti galli, quindi improntata su una produzione di scadente qualità attistica e con introduzione di elementi stilistici cari al mondo celtico.    
 
 

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