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La cultura bertoniana
Testi a cura del Prof. Antonio Mario Radmilli  maggiori info autore

 Sui versanti delle montagne che delimitano l'alveo del lago fucense sono presenti due serie di grotte: una situata a pochi metri sopra l'attuale piana, alla quale appartengono, fra le altre, la grotta Tronci ed il riparo Maurizio; un'altra, situata a 30-50 metri sopra la piana, che comprende la grotta dei Porci, oggi nota nella letteratura paletnologica come grotta di Ortucchio (Radmilli, 1959) (fig.1), la grotta La Punta (Cremonesi, 1968), la grotta San Nicola (de Borzatti von Lówenstern, 1962), la grotta Maritza (Grifoni et al., 1964), la grotta Continenza (Grifoni Cremonesi, 1984).
 
Nei riempimenti formati da pietrisco, soprastanti il deposito a ciottoli fluviali delle grotte Tronci, del riparo Maurizio, della grotta di Ortucchio, della grotta La Punta e della grotta Maritza, si rinvennero resti, consistenti in focolari, frammenti ossei di animali e strumenti di selce, lasciati da cacciatori che arrivarono nel Fucino, con una cultura già formata, che ho chiamato bertoniana, dalla stazione di Montebello di Bertona, circa 16 mila anni orsono (Radmilli, 1983) . 
  
Nei primi millenni, cioè tra i 16 ed i 14 mila anni, questi cacciatori abitavano, durante la cattiva stagione, le grotte situate a valle, mentre frequentavano occasionalmente quelle della seconda serie ed arrivarono addirittura nel territorio dell'attuale Parco Nazionale, lasciando testimonianze delle loro frequenze nella grotta dei Banditi a Villetta,Barrea, oggi nota nella letteratura paletnologica con il nome di grotta Achille Graziani (Radmilli, 1955).
Noi sappiamo che, intorno ai 14 mila anni, alcune grotte della prima serie furono rese inaccessibili all'uomo per la deposizione del detrito di falda a pietrisco e siamo in grado di precisare questa data. Infatti nel deposito della grotta Tronci non sono state rinvenute tracce di ceneri vulcaniche, che formano, invece, una lente nei depositi delle grotte della seconda serie, ceneri vulcaniche di cui conosciamo la data della deposizione, perché al di sotto di quella presente nel deposito della grotta La Punta fu trovato un focolare i cui carboni, sottoposti alla datazione con il metodo del C 14, hanno dato 14588 + 800 anni dal 1961 (Ferrara et al., 1961).
  
I resti degli animali uccisi dai cacciatori del bertoniano ci dicono che fra i 16 ed 1 14 mila anni esisteva nel Fucino un paesaggio dove, in conseguenza del clima continentale, proprio del cataglaciale del Wúrm 3, le radure erbose si alternavano a versanti brulli e, per l'azione mitigatrice sul clima, delle acque del lago, a zone di macchia e di foresta. In questo paesaggio vivevano l'orso marsicano, lo stambecco, il camoscio, la marmotta, il cavallo, l'asino delle praterie, il cervo, il capriolo, il cinghiale, il bove primigenio, il tasso, la volpe, la lepre. I resti di questi animali, mangiati dai cacciatori, furono trovati nei riempimenti della grotta Tronci, del riparo Maurizio, della grotta Di Ciccio Felice (Radmilli, 1956) e nella parte inferiore, sottostante il livello a ceneri vulcaniche, nella grotta di Ortucchío, nella grotta La Punta e nella grotta Maritza.
 
Nelle grotte della seconda serie, una maggiore frequentazione da parte dell'uomo è testimoniata nei depositi a pietrisco che si formarono nell'arco di tempo compreso tra i 13 ed i 10500 anni da oggi. Si nota in essi una progressiva rarefazione dei resti appartenenti ai grandi mammiferi, sino alla scomparsa di alcune specie, in conseguenza del clima continentale che si evolveva in senso caldo e che determinava lo spostamento della vegetazione a manto forestale dal sud verso il nord e dal basso verso l'alto.
  
Con questa situazione era da aspettarsi l'abbandono della zona da parte dell'uomo ed invece i cacciatori, che per millenni erano vissuti nel Fucino, si adattarono alle nuove condizioni. Il Fucino, allora, era popolato da piccoli mammiferi, con una prevalenza di roditori, da uccelli stagionali e di passo; inoltre, nel lago doveva abbondare il pesce. Questi animali, unitamente ai prodotti della raccolta, costituivano il sostentamento dei cacciatori che, certamente, avevano ridotto quel nomadismo stagionale proprio dei cacdatori del primo periodo (Radmilli, 1983). Infatti era sufficiente raggiungere i pianori sovrastanti le grotte per trovare gli uccelli stanziali, scendere al lago per la caccia a quelli di passo e per catturare il pesce. Quella gente si stava, dunque, avviando verso un tipo di vita sedentaria e necessariamente era stata costretta a modificare alcuni modi di caccia, facendo certamente largo uso di trappole. Furono, comunque, tempi di crisi, specialmente durante il periodo invernale, quando ghiacciava il lago.
 
Tali condizioni di vita durarono sino a quando, intorno agli 11 mila anni da oggi, il clima, evolutosi in senso oceanico, fece sì che il Fucino ritornasse ad essere popolato anche dai  bertoniani ritornarono ad essere i cacciatori di un tempo. Essi, pur nel loro nomadismo stagionale, nell'ambito del territorio della Marsica, raggiungevano periodicamente il litorale adriatico o comunque avevano contatti con le genti che vivevano in prossimità del mare, perché nei riempimenti di alcune grotte sono state trovate conchiglie marine. Queste, come alcuni canini atrofici di cervo, alcuni ciottoli ed ossa, con incisioni geometriche, erano certamente connesse con cerimonie cultuali di cui ignoriamo i riti. 
  
Di questi reperti, che vengono anche inclusi nella categoria degli oggetti di arte mobiliare, il deposito contenuto nella grotta di Ortucchio ha restituito alcuni esemplari molto interessanti. Si tratta di una punta piatta di selce presentante sul cortice un motivo geometrico, nelle incisioni del quale sono rimaste tracce di ocra; di una scheggia di selce, con una fascia di sottili linee incise irregolarmente parallele sul vortice, anch'essa tinta di ocra ; di un ciottolo, rotto ab antiquo, che presenta su un margine sette tacche parallele e su una faccia un motivo sottilmente inciso ed indecifrabile ; di un'ulna di lupo decorata su tutte le facce con file verticali di tacche parallele fra di loro tranne che in un punto; di un frammento di zanna di cinghiale con tacche incise lungo un margine .
 
Sappiamo altresì che i bertoniani appartenevano alla razza di Cro-Magnon con variazioni verso l'uomo di Oberkassel (Parenti, 1960). E' stato possibile accertare ciò in base alla scoperta di frammenti di un cranio nella grotta La Punta, di una sepoltura di un uomo adulto nella grotta Maritza e di un cranio nella grotta di Ortucchío (fig. 1bis). Il reperto, noto anche come uomo di Ortucchío, si trovava nella parte terminale della cavità, per chi guarda verso l'interno tra la parete destra ed un grosso blocco di pietra, a circa un metro di profondità dalla superficie, in un livello che è stato datato, con il C 14, a 12.169 +410 anni dal 1961. A quattro metri di profondità da questo reperto si rinvenne una mandibola rotta, appartenente ad un gíovane. In base alle caratteristiche delle suture il cranio di Ortucchio è stato attribuito ad un individuo di circa 50 anni di età, di sesso femminile, di cui sappiamo, altresì, che in vita aveva sofferto di carie dentaria e di un ascesso in corrispondenza del I e II molare di sinistra.
  
Uno scheletro di bambino e quello di uomo adulto rinvenuti nel deposito della grotta Maritza (Grifoni ., 1964) ci dicono che i bertoniani utilizzavano le grotte anche per seppellire i loro defunti sulla nuda terra e senza corredo funebre. Invece le condizioni di giacitura dei repertí nella grotta La Punta e nella grotta di Ortucchio escludono che si trattasse di resti provenienti da sepolture. Infatti il cranio di Ortucchio è stato trovato isolato, con la faccia rivolta verso l'ingresso della caverna, per cui, mi sembra che non ci sia dubbio circa il fatto che sia stato deposto in quella specie di nicchia, formata dalla parete e dal blocco di roccia, per un rito, per uno scopo cultuale, molto tempo dopo che l'individuo era morto e comunque dopo che le parti molli del cadavere erano andate in decomposizione, perché mancano l'atlante, l'epistrofeo e la mandibola. Anche il cranio rinvenuto nella grotta La Punta, noto nella letteratura antropologica come Uomo marsicano, venne utilizzato per un rito analogo a quello di Ortucchío e successivamente venne abbandonato. donde la frammentarietà del reperto che presenta fratture antiche (Parenti, 1962).
  
Dobbiamo ritenere che la sepoltura del bambino e quella dell'adulto nella grotta Maritza abbiano contribuito a renderla sacra ché, altrimenti, non si spiegherebbe il fatto che essa sia stata frequentata continuamente dal neolitico fino in età romana, anche dopo essere rimasta ostruita dal pietrisco. Questa situazione implica l'esistenza di una tradizione orale in base alla quale, dagli 11 mila anni al Il secolo a. C., la zona della grotta Maritza venne considerata luogo sacro e dimostra, altresì, che nel Fucino non ci è stata soluzione di continuità di genti, e quindi di ínsediamentì, dal paleolitico superiore sino all'età romana. Nella grotta di Ortucchio la parte superiore del deposito era stata asportata in epoca imprecisabile; le grotte La Punta e Maritza furono abbandonate intorno ai 10500 anni fa, per cui non si coglievano i rapporti intercorsi fra gli ultimi cavernicoli e quelle genti che avevano fissato la loro dimora in prossimità della riva del lago durante il mesolitico, le cui testimonianze sono state trovate nell'area del comprensorio, tra le strade 28 e 29. 
  
E' vero che il microlitismo che caratterizza l'industria mesolítíca trovata nella piana, già si preannunciava nella parte alta del deposito della grotta di Ortucchio, con la presenza di semilune, rettangoli (fig. 4, n' 16, 18, 22) ed un triangolo, nei livelli più recenti della grotta La Punta, con manufatti che risultano più píccolì di quelli presenti nei livelli sottostanti e nel bertoniano III della grotta Maritza, con lamette a base troncata e dorso abbattuto, rettangoli e piccole punte doppie di osso. che servivano probabilmente per la pesca: tutto un insieme di manufatti cioè, propri più di una industrìa mesolitica che del bertoniano. La prova, però, della diretta discendenza dei mesolitici stabilitisi nella piana dai cavernicoli si ebbe con gli scavi, tuttora in corso, nella grotta Continenza di Trasacco. Nel deposito di questa grotta, dopo gli strati a ceramica, il riempimento a pietrisco sta restituendo una industria microlitica che presenta molte affinità con l'industria usata dalle genti della piana. Mentre per queste ultime non conosciamo il tipo di economia, perché i giacimenti non hanno dato restì di pasti, nel deposito della grotta Continenza questi sono bene rappresentati. 
  
Sappiamo così che i cavernicolí che vissero in questa grotta svolgevano l'attività della raccolta dei molluschi terrestri, l'attività della pesca e quella della caccia. Fra i prodotti della caccia compaiono resti di uccelli, di ricci, di topi, di talpe e rare ossa di cinghiale, di capriolo, di cervo, di stambecco, di lepre, di gatto selvatico e di lupo. Questa situazione faunistica ci riporta ai tempi della crisi economica tra i 13 e gli Il mila anni. Come giustamente dice Renata Grifoni, la presenza di talpe, ricci, lepri e topi « indica un ambiente scoperto con rada vegetazione, mentre Cervus, Sus, Felís e Apodemus stanno ad indicare la presenza di limitate zone coperte di vegetazione arborea, probabilmente situate nelle parti più umide e riparate. Tutto ciò rispecchia abbastanza bene un ambiente particolare, quale quello del Fucino, con ripidi pendii a picco sul lago, zone pianeggianti presso le sponde e variazioni altimetriche, per cui era possibile la coesistenza di ambienti diversi » (Grifoni Cremonesi, 1984). Tenuto conto che l'industria litica rinvenuta è diversa da quella presente nei livelli più alti nei depositi delle grotte della Il serie, contenenti industria bertoniana, necessariamente dobbiamo situare la formazione di questa parte del riempimento della grotta Continenza in un periodo di tempo successivo ai 10500 anni, quando si ripristinarono condizioni di clima continentale evolventisi in senso caldo.
  
Ci troviamo, dunque, nel mesolitico, cioè in quel periodo comprendente un complesso di fenomeni culturali che rappresentano le risposte, date dai vari gruppi umani, alle modificazioni climatiche ed ambientali che hanno avuto luogo con la fine della glaciazione wurmiana (Cremonesi et al.,1973).
In Abruzzo, per ora, il mesolitico, dal punto di vista della industria, si presenta con due aspetti (Radmilli, 1981), uno dei quali presente nel deposito sottostante il villaggio neolitico di Ripoli a Corropoli (Radmilli et al., 1963) e l'altro presente nel giacimento di Capo d'Acqua nella Conca Peligna (Tozzi, 1966) ed in due giacimenti del Fucino scavati rispettivamente nel 1962 (Cremonesi, 1962) e nel 1970 (Grifoni Cremonesi, 1984). Il giacimento scavato nel 1962 si trova a 70 cm di profondità e fu esplorato su una superficie di circa 10 m2; esso ha restituito 336 scarti di lavorazione e 58 strumenti di selce il che dimostra che si aveva una intensa lavorazione della pietra per cui siamo certi di essere alla presenza di una vera e propria stazione all'aperto, frequentata con carattere continuativo (fig. 5). Il giacimento scoperto nel 1970 è situato in prossimità della strada 28 del Comprensorio, al di sotto di un acciottolato dovuto a genti della cultura eneolitica di Ortucchio; vi sono stati trovati 130 oggetti litici contenuti in uno strato di sabbia limosa nerastra.


Tratto dal libro Storia di Ortucchio dalle origini alla fine del medioevo-Ed. Urbe
 

 
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