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Le culture del neolitico
Testi a cura del Prof. Antonio Mario Radmilli  maggiori info autore
Per ora rimane aperto il problema delle relazioni intercorse tra le genti mesolitiche insediatesi nella piana e le popolazioni che introdussero nel Fucino la nuova economia, basata sull'agricoltura e sull'allevamento del bestiame, che segna l'inizio dello stadio neolitico, perché scarse sono ancora le testimonianze riferibili alla corrente culturale della ceramica impressa che rappresenta, con i suoi vari aspetti culturali, la fase più antica del neolitico italiano. Essa è rappresentata con pochi frammenti nella grotta La Punta, nella grotta San Nicola, e nella grotta Maritza; resti più si gnificativi, come vedremo, si hanno nel deposito della grotta Continenza. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che lo stadío neolitico si caratterizza anche per i tipi di insediamento, che consistono in villaggi all'aperto, mentre le grotte vennero frequentate solamente per l'espletamento di culti e di riti, o quali luoghi per seppellire i defunti e, quindi, i resti che si rinvengono nei loro depositi non rispecchiano le caratteristiche ergologiche proprie della vita quotidiana di una comunità.
 
Dell'esistenza di un villaggio a ceramica impressa nel Fucino, non lungi dall'abítato di Ortucchio, si hanno notizie che risalgono al 1962, allorché, durante lo scavo dell'insediamento mesolitico si ebbe modo di accertare che il livello soprastante conteneva scarsi frammenti di ceramica impressa (Cremonesi, 1962). Un altro villaggio, anch'esso ancora non scavato, è stato scoperto a Paterno, dove, assieme a ceramica impressa, sono presenti lamette di ossidiana, trapezi, falcetti e macine che attestano l'attività agricola di una comunità che si era stanziata su un pianoro oggi situato a 30 metri sopra la piana (Cremonesi, 1983).
  
Solamente dagli scavi di questi villaggi, e, sperabilmente, di altri insediamenti all'aperto, si potranno conoscere le caratteristiche culturali delle genti che introdussero il nuovo tipo di economia e cogliere gli elementi che possano dimostrare i rapporti e gli scambi intercorsi fra gli indigeni ed i nuovi arrivati; fra i detti elementi, un grande significato certamente avrebbe l'eventuale presenza, nei villaggi, di manufatti con una tipologia propria delle industrie del mesolitico fucense.
 
Gli scavi nella grotta Continenza hanno messo in luce, nel livello neolitico a ceramica impressa, resti testimonianti l'espletamento, nella grotta, di culti e di riti, mentre l'assenza di resti di pasti e di ogni documento attestante la lavorazione, in loco, dell'industria litica dimostra che, in quel tempo, la grotta non venne abitata nemmeno occasionalmente. Sono state, invece, trovate numerose buche, di varie dimensioni, aperte dai neolitici per svolgere riti connessi con la fertilità della terra, uso abbastanza frequente nel neolitico italiano (Radmilli, 1975) ed inoltre altre buche più piccole, intonacate all'interno con argilla che veniva presa nel sottostante lago. 
  
Si potrebbe pensare che queste buche servissero per la conservazione di oggetti o di derrate, perché in una di esse è stato trovato un, vaso; è più verosimile, però, l'ipotesi che anche queste siano state aperte per riti che non conosciamo, i quali richiedevano la presenza dell'argilla che, certamente, doveva possedere alcune proprietà, perché, sempre nella grotta Continenza, sono stati trovati i resti carbonizzati di un bambino di quattro anni in un vaso, le cui pareti, sia all'esterno che all'interno, erano ricoperte con argilla giallastra; che l'argilla possedesse alcune proprietà si rileva pure dal rinvenimento, nella grotta dei Piccioni, della imitazione in argilla di un ciottolo che delimitava uno dei circoli cultuali e non certamente perché mancasse la materia prima litica (Cremonesi, 1977; Radmilli, 1975).
  
Due sepolture di bambini senza corredo funebre ed i resti di un feto lasciato adito all'ipotesi che la grotta sia stata utilizzata anche come luogo per seppellire i defunti. Il fatto che si tratti di resti di bambini, situazione questa molto frequente nei livelli a ceramica impressa delle grotte italiane, ci porta, però, a considerare la possibilità di riti cruenti di giovani sacrificati, sempre in funzione della fertilità della terra (Radmilli, 1974, 1975). Ma il rito più singolare è documentato col rinvenimento, in prossimità della parete sinistra del riparo, di quattro vasi, al di sopra dei quali, quasi a loro protezione, erano poste ossa carbonizzate di un adulto. Due di questi vasi contenevano, l'uno ossa cremate di un bambino di quattro anni, come già è stato ricordato, e l'altro di un bambino di otto; un terzo vaso presentava nell'interno, tracce di ocra ed il quarto risultò completamente vuoto. In prossimità di questo gruppo di vasi, in una parte del deposito, purtroppo, intaccata da scavi clandestini, si rinvennero altri vasi con ocra e con scarsi resti umani. Non siamo certamente al cospetto di resti di sepolture a cremazione, bensì di un rito che non trova precedenti nel neolitico italiano (Grifoni Cremonesi et al., 1979).
  
La documentazione, nel territorio del Fucino, delle altre culture che si sono succedute durante il neolitico, proviene dalle grotte, ad eccezione di un vasetto, proprio della cultura eoliana di Diana, rinvenuto nell'area del villaggio eneolítico della cultura di Ortucchio ed un frammento di ceramica figulina giallastra, trovato nella parte nerastra del detrito di falda che si trova a destra per chi guarda la grotta Tronci. Questo frammento ha permesso di assegnare la formazione nerastra al neolitico, quando, per il clima oceanico caldo, il detrito di falda era stato ricoperto da vegetazione che diede origine alla sostanza organica nerastra. 
 
Esso appartiene alla cultura abruzzese di Ripoli, la quale è ampiamente rappresentata, nei vari momenti del suo sviluppo, nei depositi delle grotte La Punta, San Nicola, Maritza. In quest'ultima sono stati rinvenuti, fra l'altro, in prossimità della parete del riparo che sovrasta la grotta, resti scheletrici appartenuti a più individui, ma in o stato di conservazione tale, per cui non è stata possibile alcuna diagnosi sul tipo fisico di questi uomini. Della cultura di Ripoli certamente debbono esistere, nella piana, i villaggi che si scopriranno con le future ricerche. 
  
Nella grotta Maritza, la parte più recente del deposito, che conteneva resti della cultura di Ripoli, ha restituito pure abbondanti resti della cultura di Diana. Quest'ultima era ben rappresentata anche nella grotta La Punta, dove è stato trovato persino qualche frammento ceramico della cultura di Serra d'Alto. In base a queste esigue tracce ed in considerazione delle caratteristiche della cultura di Serra d'Alto non possiamo aspettarci di scoprire nella piana i resti dei suoi villaggi; alle medesime conclusioni possiamo giungere per la cultura di Diana, perché il ruolo delle genti di questa cultura fu quello dell'attività commerciale; esse, infatti, commerciavano l'ossidiana dell'isola di Lipari, attività che non presuppone, dunque, stanziamenti a carattere continuativo in luoghi lontani dalla zona dei giacimenti del nero vetro vulcanico.
  
Di difficile interpretazione appare, per ora, la presenza di qualche frammento di ceramica dipinta della cultura di Catignano, rinvenuto nella grotta San Nícola e nella grotta Continenza, perché ancora non conosciamo il ruolo che, nella antica storia d'Abruzzo, ebbe questa cultura, della quale abbiamo notizie solamente attraverso il villaggio omonímo (Tozzí, 1976), una probabile necropoli a Villa Badessa ed attraverso frammenti ceramici sporadici rinvenuti nella grotta dei Piccioni a Bolognano e nella grotta Sant'Angelo di Ovitella del Tronto. E' però, proprio la distribuzione di singoli frammenti ceramici su così vasto raggio che fa intendere come questa cultura, che si situa tra la fine della corrente culturale della ceramica impressa e gli inizi della corrente culturale della ceramica dipinta, abbia avuto un ruolo di una certa importanza nel territorio dell'Abruzzo; non desterebbe, perciò, meraviglia il rinvenire, ai margini dell'antico lago fucense, qualche stanzíamento delle genti di questa cultura.
  
Per ora sappiamo (e ciò concorda con quanto si è detto sulla presenza, senza soluzione di continuità, di genti nel Fucíno dal paleolitico superiore sino in età romana) che, non diversamente da quanto è avvenuto in altre parti dell'Abruzzo, la cultura di Ripoli ha continuato a persistere, pur perdendo, via via, molti dei suoi caratteri peculiari, al punto di presentarsi con un aspetto culturalmente impoverito nel villaggio soprastante quello a ceramica impressa di Paterno (Di Fraia, 1970), fino a formare il sub strato della successiva cultura eneolitica di Ortucchio. Con, i resti neolitici che abbiamo ricordato si copre un arco di tempo compreso tra i 6500 ed i 4700 anni da oggi. Il villaggio di Paterno dovrebbe essersi sviluppato tra il 4700 ed il 4200, nel periodo, cioè, compreso tra il momento del massimo apporto della cultura palafíttícola della Lagozza alla cultura di Ripoli e l'affermarsí della cultura eneolitica di Ortucchio. Il villaggio di Paterno viene a far parte di quel gruppo, oramai abbastanza numeroso, di insediamenti dell'Italia peninsulare ed insulare dovuti a popolazioni, come dice Giuliano Cremonesi, che « avevano stabilito ampi contatti con cerchie culturali, le quali in altre aree di Mediterraneo, praticavano la metallurgia ... ». 
  
Si erano anzi avviate già esse stesse alla pratica della metallurgia, documentata non solo dalla comparsa del rame con alcuni frustoli a Santa Maria in Selva (Lollini, 1965) e con una punta a Fossacesia (Cremonesi, 1973), ma soprattutto dal ritrovamento, nei livelli di Diana dell'acropoli di Lipari, di un gruppo di scorie verdastre ancora aderenti ai resti di parete di un crogiuolo di ceramica d'impasto rossastro (Bernabo Brea et al., 1980), testimonianza evidente di una lavorazione in loco del metallo (Cremonesí, 1983).
A Paterno per ora non abbiamo tracce della presenza di metallo, mentre tutte le altre componenti della cultura, dalla ceramica, all'industria litica, al tipo di economia, rientrano nel modello della cultura di Ripoli, nella sua fase finale, con la presenza, però, di alcuni nuovi elementi. Si tratta, precisamente, delle ciotole troncoconiche a parete tesa di ceramica fine nerastra, le quali presentano all'interno, subito sotto l'orlo, un motivo decorativo consistente in una, due o tre linee orizzontali a zig-zag incise o graffite; di vasi globulari con una o due anse a maniglia orizzontale nella parte interna in corrispondenza dei cui attacchi, all'esterno, sono presenti due grosse borchie, imitanti,come già aveva notato Ugo Rellini, prototipi metallici (RelUni, 1934). Imitazioni di vasi metallici sono anche quei vasi che, lungo l'orlo o talvolta su tutta la superficie, presentano pastiglie applicate che riproducono le borchie dei chiodi metallici.  Nell'industria litica, oltre ad oggetti propri del neolitico, si hanno alcuni manufatti, quali le lame a ritocco piatto bifacciale lungo uno o due margini, le lame a ritocco erto simulante un dorso sui due margini, le troncature, i rettangoli, gli elementi di falcetto (Cremonesi, 1983).

 
Tratto dal libro Storia di Ortucchio dalle origini alla fine del medioevo-Ed. Urbe
 

 
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