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La cultura di Ortucchio
Testi a cura del Prof. Antonio Mario Radmilli  maggiori info autore

A Paterno non si hanno tracce di contatti avvenuti fra le genti che abitavano il villaggio omonimo e quelle della cultura eneolitica rinvenuta nella zona tra le strade 28 e 29 del Comprensorio e che porta il nome di cultura di Ortucchio, per cui i pesi da rete di forma cílindrica presenti a Paterno non vanno considerati come peculiari della cultura di Ortucchio (Radmilli, 1981). 
La presenza di questi pesi è particolarmente importante, perché, oltre a dimostrare che la popolazione del villaggio di Paterno svolgeva, unítamente all'attività agricola, anche la pesca, testimonia, in pari tempo, che essa ebbe contatti, altrove, con le genti di Ortucchio: ciò ci dà la certezza che nella piana debbono esistere altri insediamenti tipo Paterno, dove si potranno cogliere gli elementi per comprendere la formazione della cultura eneolitica di  Ortucchio, la quale si presenta con una forte componente di tradizione neolitica. Per quanto concerne le caratteristiche eneolitiche, abbiamo la certezza che esse sono state introdotte da quei gruppi che, in vari momenti, alla ricerca probabilmente di minerali, arrivarono nella penisola italiana provenienti dall'area egeoanatolica.
  
La provenienza da una medesima area geografica, da un medesimo centro culturale, spiega la presenza di elementi analoghi nelle diverse culture eneolitiche italiane. Non vi è dubbio che per alcune forme vascolari, per alcuni motivi decorativi nella ceramica, per alcuni tipi di manufatti litici esiste una stretta affinità fra la stazione di Ortucchio e la stazione marchigiana di Conelle di Arcevia. Questa situazione non autorizza a considerare, però, Conelle-Ortucchio come un'unica facies culturale (Puglisi, 1962). Le caratteristiche dell'insedíamento di Conelle ed il complesso ergologico ivi rinvenuto, in gran parte, purtroppo, ancora inedito, rispecchiano condizioni di vita certamente non pacifiche delle genti che si insediarono sul pianoro di Conelle. difeso, su tre lati, da corsi d'acqua e sul quarto da un fossato scavato per circa otto metri di profondità. Ben differenti furono, invece, le condizioni di vita delle popolazioni che vissero nel villaggio di Ortucchio, su una area che, dopo le esplorazioni dell'Archeoclub di Avezzano, risulta estesa per circa otto ettari ed in altri villaggi che certamente debbono esistere nella piana.
  
I villaggi della cultura di Ortucchio erano abitati da genti che avevano una economia basata sull'agricoltura, come è documentato dalla presenza di macine, di macinelli, di elementi di falcetto e di qualche zappetta di corno cervino, economia integrata dalla pesca, per cui esse conducevano una vita pacifica in villaggi, del resto, senza alcuna protezione naturale e, da quanto è dato finora sapere, senza Protezioni artificiali. A parte queste differenze nelle condizioni di vita che già di per sé giustificano la separazione tra Conelle ed Ortucchio, in quest'ultima cultura molto forte si presenta la comPonente di tradizione neolitica che, come abbiamo visto, va ricercata presso le genti dei villaggi tipo Patemo; quindi non appare azzardato il sostenere che i villaggi tipo Ortucchio siano la risultanza di una fusione fra gli indigeni agricoltori, che già avevano acquisito alcuni elementi propri dello stadio dei metalli, ed un piccolo gruppo di ricercatori di minerali, il quale arrivò nel Fucino intorno ai 2200 anni a. C. Questo gruppo introdusse nuove e più progredite tecniche, introdusse nuove mode, nuovi gusti che, seppure assimilati dagli indigeni, non causarono un frazionamento della omogeneità culturale-ideologica del mondo neolitico fucense.
 
E' difficile, per ora, poter conoscere chi fossero questi nuovi arrivati nel Fucino e se avessero o meno relazioni con le genti della cultura di Rinaldone le quali, seguendo per un tratto il fiume Aniene, arrivarono dal Lazio in Abruzzo, come è lecito dedurre dai corredi funebri rinvenuti nella tomba di Camerata di Tagliacozzo, in alcune sepolture presso Assergi ed in una sepoltura nel Fucino, andata distrutta, secondo quanto mi ha gentilmente riferito Umberto Irti.
La scoperta del villaggio di Ortucchio avvenne nel 1957 da parte di Giorgio Tempesti che mi segnalò la presenza di frammenti ceramici in superficie, dopo l'aratura dei campi, nella zona compresa tra le strade 28 e 29 del Coniprensorio. Ad un primo sopralluogo fecero seguito gli scavi del 1958 condotti da Salvatore Puglisi (Puglisi, 1962) e gli scavi del 1962. 1969, 1970 eseguiti dall'Istituto di Antropologia e Paleontología Umana dell'Università di Písa (Radmilli, 1970). 
 
Complessivamente venne esplorata una superficie di 220 m2 ed è stato possibile accertare la seguente successione stratigrafica procedendo dall'alto verso il basso: Terriccio argilloso rimosso dai lavori agricoli A Limo argilloso grigio contenente diatomee; la frazione sabbiosa rappresenta il 12% ed è costituita per circa il 50% in volume da diamotee assímilabili a Melosyra arenaria Sabbia limosa nerastra, ricca di sostanza organica
Limo sabbioso giallastro contenente circa il 40% di CaCo3 che è stato esplorato solamente per una parte del suo spessore.
  
Nella maggior parte delle trincee è stata notata la presenza di una formazione a pietre di medie dimensioni, posta con ogni probabilità per isolare le capanne straminee dall'inumidita del sottostante terreno. In base alla posizione che occupava questa formazione a pietre o alla sua assenza nella serie dei sedimenti, le trincee di scavo sono state riunite in cinque gruppi. Nel gruppo delle trincee 13, 14, 23, la formazione a pietre si trovava sopra il deposito B, alla profondità compresa tra metri 1,35 e metri 1,60 e nella trincea 23 essa aveva uno spessore maggiore rispetto a quello notato nelle altre t, inoltre, conteneva ghiaia a minuti elementi, carboni, manufatti litid e frammenti ceramici posti a strati. 
 
Nel gruppo delle trincee 2, 4, 5, 7, 12, 22 la formazione era contenuta nel deposito B alla profondità compresa tra metri 1,50 e metri 1,85. Il gruppo delle trincee 6, 9, 10, 21 aveva la formazione a pietre alla base del limo grigio a profondità compresa tra metri 1,50 e metri 2,10 e nella trincea 21 si rinvenne, sopra le pietre poste a metri 1,50 di profondità, un vasetto sferoidale, attribuibile alla cultura di Diana. La formazione a pietre risultò assente nelle trincee 1, 3, 8, 17, 19, 20. Le trincee 15 e 16 avevano due livelli a pietre e precisamente nella 15, il primo era contenuto nel limo grigiastro B, il secondo alla base e pertanto a contatto con la sabbia limosa nerastra C; nella trincea 16, il primo era sopra il limo grigio B ed il secondo era contenuto in esso.
Caratteristiche diverse presentarono le trincee Il e 24. Nella trincea 11 la formazione a pietre risultò inclinata, attraversava il limo grigio B e si estendeva per breve tratto, sulla superficie della sabbia límosa nerastra C. La trincea 24, di metri 5 X 5, conteneva sulla superficie del limogrigio B la formazione a pietre, però, poco fitte ed al contatto tra il deposito C e D chiazze di terreno che riempivano ben 43 piccoli buche, per molte delle quali non è stato possibile individuare l'inizio, mentre tutte finivano nella formazione D e non si è riusciti a capire la loro funzione.
  
La posizione che nelle trincee occupava il « lastricato » è dovuta a vari fattori, fra i quali il più importante è stato certamente il variare del livello delle acque del lago durante l'esistenza del villaggio nelle sue vicinanze, e di conseguenza le diverse posizioni, in senso altimetrico, dell'accorgimento usato per bonificare la zona dell'insediamento. La presenza del vasetto riferibile alla cultura di Diana nella trincea 21, un frammento di ceramica figulina con tracce di colore rosso nella trincea 13, la situazione riscontrata nel villaggio di Paterno, confermano la non soluzione di continuità fra gli agricoltori del neolitico e le nuove popolazioni. Limitando il nostro esame ai materiali provenienti dalle trincee scavate nel 1969 e nel 1970, che sono determinanti ai fini della conoscenza delle caratteristiche di questo villaggio e della sua cultura, si hanno i seguenti dati: la ceramica grossolana, con inclusi più o meno grandi, di colore grigio o bruno rossastro, spesso con chiazze dovute alla cottura a fuoco libero, spessore tra 1 e 2,5 cm, superficie opaca, spesso screpolata o con segni di steccature irregolari, è presente con seimilacinquecento frammenti; la ceramica semifine, di buon impasto, con inclusi minuti, colore che varia dal bruno al rossiccio, superficie opaca, frequentemente lisciata a stecca, spessore di circa 1 cm è rappresentata da duecento frammenti; la ceramica fine di colore nero, con superficie lisciata e spesso lucidata, spessore delle pareti compreso tra 0,6 e 1 cm, era presente con mille frammenti. 
 
Da questa massa di resti ceramici è stato possibile ricostruire solamente ottantotto forme vascolari: quarantasei di ceramica grossolana, sette della semifine e trentacinque della ceramica fine nera. Dividendo i vasi per forma, quella troncoconica comprende otto recipienti grandi, sei scodelle e quattro tazze con apertura che varia dai 32 ai 43 cm. I vasi di grandi dimensioni sono di ceramica grossolana, hanno pareti lievemente convesse, e due conservano il fondo a tacco (fig. 7, n? l); uno di questi vasi ha sotto l'orlo unìnsa a nastro e a 3,5 cm dall'orlo una bugna conica; un altro, sempre sotto l'orlo, presenta una presa allungata con profonda ínsellatura centrale che forma due bugne coniche; in un'altro l'ansa è di poco sopraelevata sull'orlo ed infine un vaso ha sulla spalla arrotondata una bugna discoidale, ímpostata a sei cm dall'orlo. Delle ciotole troncoconiche una risulta di ceramica grossolana ed un'altra di ceramica semifine, con orlo diritto e pareti poco convesse; si hanno, inoltre, quattro scodelle di ceramica fine, con pareti a profilo teso e orlo diritto (fig. 8, nn' 1, 3) che, in una di queste, è percorso nel mezzo da una solcatura. 
 
Delle quattro tazze una è di ceramica fine, con presa triangolare a vertice arrotondato sotto l'orlo (fig. 8, n? 9); le rimanenti sono di ceramica grossolana: una con orlo diritto, parete a profilo teso e ansa sotto l'orlo, fondo a tacco, una a pareti convesse, fondo a tacco e presa orizzontale quadrangolare con estremità arrotondata (fig. 8, n' 6, 7, 11). In questa categoria si possono pure includere due piccoli vasetti, sempre di ceramica grossolana, uno con fondo a tacco e l'altro con pieduccio cavo (fig. 8, n° 10).
  
La seconda categoria comprende undici vasi di grandi dimensioni e larga apertura, fatti in ceramica grossolana; uno con pareti convesse ha, sotto l'orlo diritto, impressioni digitali ed a 3,6 cm da questo corrono verticalmente due cordoni paralleli; in un altro i cordoni hanno andamento curvilíneo; un altro vaso presenta orlo diritto, appiattito, espanso verso l'esterno e pareti convesse; un altro ha l'orlo diritto, appiattito, interessato da larghe tacche, breve collo cilindrico, pareti convesse e grossa presa orizzontale a margini arrotondati impostata a 16 cm dall'orlo; un vaso, con orlo ingrossato e decorato a pizzicato sulla sommità, ha pareti convesse, con maggiore espansione a 11 cm dall'orlo, dove si trova una presa quadrangolare che, per forte insellatura centrale, forma due bugne írregolarmente troncoconiche e questo tipo di presa doveva ripetersi sulle pareti del vaso; un frammento di vaso, con orlo in parte diritto in parte rientrante, con impressioni digitali sulla sommità, presenta, subito sotto l'orlo, un segmento di cordone verticale schiacciato, un segmento di cordone semicircolare, una bugna a contorno semicircolare, un'altra a contorno circolare rilevato, che lascia vuota la parte interna, a cm 7,5 una presa cilíndrica a faccia concava; in un altro vaso, ad orlo diritto, spalla arrotondata e pareti convesse, sono presenti, sotto l'orlo, un cordone orizzontale e a 9 cm due prese orizzontali allungate a margini arrotondati; altri due frammenti di vaso, di dimensioni un po' più piccole, con orlo diritto e pareti convesse, hanno, a 7 cm dall'orlo, una presa allungata a margini arrotondati e rilevati e l'altro un'ansa a nastro di poco sopraelevata sull'orlo.
  
Rientrano in questa categoria anche uno scodellone con orlo diritto, corpo emisferico con ansa a nastro verticale e costolatura trasversale, impostata a 4 cm dall'orlo, tre vasi di medie dimensioni e larga apertura, sempre di ceramica grossolana, aventi orlo diritto, pareti convesse ed uno di questi anche una presa orizzontale, quadrangolare allungata, con estremità appiattita (fig. 7, n' 12) impostata a circa 5 cm dall'orlo e sei vasi, sempre di medie dimensioni, conservanti il fondo a tacco, in cinque esemplari, piatto nel sesto; uno di questi, di dimensioni più piccole, con pareti poco convesse, conserva, a 4 cm dall'orlo diritto, una bugna conica; una presa verticale allungata con margini arrotondati è presente a circa 6 cm dall'orlo diritto di un vaso, nel quale le pareti convesse si restringono in prossimità dei fondo; in un altro vaso, a 3 cm dall'orlo diritto, corrono, sulle pareti convesse, tre segmenti verticali e paralIeli di cordone applicato (fig. 7, n? 4); sotto l'orlo diritto di un vaso a pareti convesse si trova una fila di impressioni digitali e a 5 cm due prese allungate con margini arrotondati, una più piccola e l'altra più grande decorata con impressioni digitali (fig. 7, n° 9); un vaso con corpo a botte ha sòtto l'orlo due file orizzontali di impressioni digitali poco profonde, un'ansa verticale a nastro e su tutta la parete bitorzoli disposti a distanza regolare (fig. 8, n° 13).
  
Alla categoria dei vasi a corpo emisferico appartengono una ciotola a fondo piatto di ceramica semifine, cinque scodelle con orlo diritto mancanti del fondo, due di ceramica grossolana, le rimanenti di quella fine, e di queste, una presenta sotto l'orlo una coppia di piccole prese oblique allungate, coi margini arrotondati e una bugna díscoidale. Rientrano in questa categoria pure due tazze di ceramica grossolana, in una delle quali corre sotto l'orlo una fila orizzontale di impressioni con unghiate, intersecate da due cordoni verticali, uno lungo cm 8,3, mentre dell'altro, posto a 3 cm di distanza, rimane solamente l'impronta (fig. 8, n? 2) e quattro ciotole, sempre a corpo emisferico, due di ceramica grossolana e due di ceramica fine, una delle quali avente spalla rientrante con linee incise disposte obliquamente: a 2,2 cm dall'orlo è presente una presa semicircolare con l'estremità arrotondata decorata con una serie di puntini, mentre la parete inferiore è interessata da quattro file di puntini, la prima ad andamento obliquo, le altre orizzontali, e presso gli attacchi della presa si trovano due fasce di linee oblique parallele e parallele verticali (fig. 8, n° 17).
  
Alla categoria delle tazze con corpo più o meno cilindrico appartengono un esemplare di ceramica grossolana con pareti leggermente convesse, Inunito di ansa a nastro verticale poco sopraelevata sull'orlo e costolatura trasversale sulla sommità (fig. 8 nO 14), e un esemplare di ceramica fine con un'ansa a nastro impostata sull'orlo. Le scodelle con pareti più o meno convesse sono cinque, delle quali due di ceramica grossolana, con pareti convesse verso il fondo (fig. 2, no 19) ed una di queste con presa semicircolare applicata a 4 cm dall'orlo diritto e leggermente ingrossato, una scodella di ceramica semifine, e le rimanenti due di ceramica fine di colore nero: l'una con orlo e spalla diritta e pareti convesse, con profilo teso sulla parete inferiore (fig. 8, no 16) e l'altra con orlo diritto, pareti leggermente convesse e carena arrotondata, poco accentuata, sulla quale si imposta una bugna conica. Si hanno inoltre, di ceramica grossolana, una tazza a pareti convesse con breve gola e orlo riverso, sotto il quale corre un piccolo segmento di cordone verticale, ed una, tazza di ceramica fine. A questa classe di ceramica appartengono, pure, due ciotole con orlo riverso e pareti convesse.
  
La categoria di vasi a corpo globulare è rappresentata da quattro esemplari, tutti in ceramica fine (fig. 7, no 8), uno dei quali, di forma globulare schiacciata, presenta spalla alta rientrante, stretta apertura, orlo rilevato; sotto questo è presente una piccola presa a ferro di cavallo, attraversata alla base da un foro verticale mediano e da due obliqui a raggiera (fig. 7, no 6); un altro vaso, con fondo piatto, presenta, poco sotto l'orlo, una fila orizzontale di fori circolari.

 

 


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