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La grotta di Ortucchio
La Grotta di Ortucchio e il Fucino alla fine del paleolitico: analisi tafonomica e zooarcheoloogica delle mammalofaune e delle avifaune. Introduzione
 

I

  

  

  

dati presentati in questo lavoro, riguardanti essenzialmente la Grotta di Ortucchio, fanno parte di una ricerca più ampia relativa a varie grotte fucensi, scavate e studiate inizialmente dal Prof. Radmilli e collaboratori fra gli anni '50 e '60 (CREMONESI, 1968; GRIFONI e RADMILLI, 1964; RADMILLI, 1956/a, 1956/b, 1959, 1963) Questo progetto prevede un riesame dei resti faunistici (sia mammalofaune che avifaune) da un punto di vista più strettamente tafonomico e zooarcheologico. Lo scopo è quello di comprendere in maniera più dettagliata le strategie di sussistenza e le modalità di occupazione del territorio delle popolazioni che, durante il Paleolitico superiore (tra i 18.000 e i 10.000 anni dal presente per cià che riguarda i siti in esame), frequentavano il bacino del lago del Fucino. La Grotta di Ortucchio (CREMONESI, 1968) possiede una lunga sequenza stratigrafica che testimonia una sua utilizzazione dalla preistoria fino ad epoca medioevale e recente. Una data di 12.619+410 anni dal presente (FERRARA et al., 1959) è stata ottenuta per la parte superiore della sequenza paleolitica (strato E), mentre una lente di ceneri vulcaniche vicino alla base del deposito è stata correlata con un analogo livello della vicina Grotta La Punta datato a 14.448+ 800 anni dal presente (FERRARA et al., 1961). 
   
 

La mammalofauna e l'avifauna 
 
I resti ossei, sia di mammalofaune che di avifaune, rinvenuti nella Grotta di Ortucchio sono particolarmente abbondanti. Il campione è in ottimo stato di conservazione come indicato dall'alta frequenza di resti fragili di individui giovanili. Anche le superfici ossee sono in buone condizioni e ciò ha permesso un'accurata indagine delle modificazioni prodotte su di esse da vari agenti. L'analisi dei macromammiferi (Tab.I), anche se tuttora in fase di completamento per ciò che riguarda i resti di lagomorfi, ha mostrato in tutti i livelli paleolitici (C-I) una netta prevalenza di piccoli mammiferi (soprattutto Lepus europaeus, ma anche Erinaceus europaeus e Marmota marmota); infatti, se si osservano i valori del numero minimo di individui (MNI) che possono essere considerati pressoché definitivi in questa fase dello studio, queste specie costituiscono oltre l'80% del campione. Molto meno abbondanti sono i resti riferibili agli ungulati; tra questi i più frequenti sono Rupicapra rupicapra, Cervus elaphus, Sus scrofa e Capra ibex. 
 
Queste specie sembrano indicare uno sfruttamento da parte dell'uomo di ambienti diversificati: da un lato le zone più boscose e umide rappresentate dal cervo e dal cinghiale, dall'altro quelle rocciose indicate dal camoscio e dallo stambecco. I carnivori di grossa e media taglia, come Canis lupus, Vulpes vulpes, e Felis silvestris, sono relativamente rari mentre i piccoli mustelidi, cioè la Mustela erminea e la Mustela nivalis, sono abbondanti sia come numero di resti che come numero di individui. E' interessante notare la presenza di tre sottospecie di donnola che sembrano essere simpatriche: Mustela nivalis boccamela e Mustela nivalis nivalis, già riconosciute nei primi studi, e Mustela nivalis minuta. In particolare quest'ultima, che secondo alcuni autori dovrebbe essere considerata una specie a parte, Mustela minuta (DELPECH 1973, KURTEN, 1968), in Italia era stata finora identificata solamente nel Nord (CASSOLI, TAGLIACOZZO, 1994). 
  
In generale il range di specie presenti nella Grotta di Ortucchio e le loro relative proporzioni sono simili a quelli di Grotta La Punta e di Grotta Maritza. Al contrario, nelle grotte più antiche (Grotta Tronci, Riparo Maurizio e Grotta di Ciccio Felice) vi è una netta prevalenza di resti di ungulati fra i quali sono relativamente abbondanti gli equidi, che indicano quindi un clima più secco rispetto ai periodi successivi. Le specie di uccelli finora identificate nel campione di Grotta Ortucchio sono 45, suddivise in 10 ordini; tuttavia queste cifre sono ancora preliminari in quanto l'analisi degli Anseriformi non è ultimata. Appaiono numerose le specie acquatiche soprattutto appartenenti al genere Aythya (morette), cosi come quelle di spazi umidi aperti (Perdix perdix, Gallinula chloropus, alcuni rapaci). Rilevante anche la presenza di uccelli di habitat roccioso, come corvidi e Columba livia (piccione selvatico), che sono sempre abbondanti nei siti di grotta. Il quadro ambientale e climatico fornito dal campione rispecchia pienamente la presenza di un'area lacustre interna con clima temperato, quale doveva essere quello dell'area fucense nel periodo in esame. Le specie maggiormente presenti in tutti gli strati paleolitici appartengono a due soli ordini, Galliformi ed Anseriformi. Interessante è anche la presenza di rapaci diurni e notturni, ben rappresentati sia come varietà di specie che come numero di resti. Il campione di Grotta la Punta, anche se piuttosto ridotto, si presenta simile a quello di Ortucchio, per l'abbondanza di Galliformi ed Anseriformi. Fra gli scarsi resti provenienti dai siti più antichi, frequenti risultano invece i Passeriformi, soprattutto i corvidi di ambiente roccioso. Nulla si può dire per ora su Grotta Maritza, poiché i materiali avifaunistici, andati dispersi, sono stati ritrovati solo recentemente. 
 
 

Età di morte e stagionalità 
 
Per ciò che riguarda l'età di morte degli ungulati si nota in tutti i livelli la presenza di individui giovani, intorno all'anno di età. Questi sono associati ad individui adulti, soprattutto prime, mentre i senili sono assenti. Ciò potrebbe indicare una selezione da parte dell'uomo e quindi una certa efficienza nelle strategie di caccia. Tale selezione risulta più evidente se confrontata con quanto avviene nei giacimenti più antichi come Riparo Maurizio e Grotta Tronci dove sono state identificate anche prede delle classi di età più avanzate. 
I piccoli mammiferi (lepre, riccio e marmotta) mostrano delle percentuali di giovani e giovanissimi particolarmente elevate in tutti i livelli paleolitici, a differenza di altri siti della fine del Paleolitico superiore (ad es. Grotta Polesini, Grotta Romanelli, o le Arene Candide; ALHAIQUE, 1994, 1996; CASSOLI, TAGLIACOZZO, 1994; TAGLIACOZZO, FIORE, 1998), analogamente perà a quanto accade a Grotta Maritza e Grotta La Punta. E' interessante notare come per la lepre, sebbene il campione analizzato comprenda al momento solo alcuni elementi scheletrici, la frequenza di ossa non fuse, relative ad individui di pochi mesi, raggiunga, in alcuni livelli, percentuali che superano il 70. Per il riccio oltre il 50% delle mandibole trovate presenta il quarto premolare in eruzione; esse corrispondono ad animali di circa 3-4 mesi, appena indipendenti dalla madre (REEVE, 1994). 
   
Anche per quanto concerne l'avifauna, sono stati rinvenuti nei vari livelli resti di individui giovani, cosa piuttosto rara in campioni paleolitici. I reperti appartengono principalmente ad alcune specie di Galliformi, come starna e Tetrao tetrix (fagiano di monte), e ad alcuni anatidi. I dati sulla stagionalità, basati sull'età di morte degli ungulati, sembrano indicare una differenza tra gli strati superiori C e D, dove si ha testimonianza di catture avvenute fra la primavera e l'autunno, e quelli inferiori E, F e G in cui la stagione estiva non sembra essere rappresentata (Fig.4). Analoghe differenze tra livelli superiori e inferiori, seppure meno nette, sono state riscontrate anche a Grotta La Punta e Grotta Maritza. I dati sulle specie cacciate potrebbero anche indicare uno sfruttamento differenziato dei vari ungulati nei diversi periodi dell'anno. 
Ad esempio il Cinghiale e Camoscio sembrano essere stati uccisi più frequentemente in inverno e in primavera. La maggior parte delle specie di uccelli identificate hanno comportamento migratorio, e la loro incidenza nel campione è alta, in quanto corrispondono al 31% dei resti totali. 
  
Esse rientrano soprattutto negli ordini di Anseriformi, Podiciformi, Falconiformi, Passeriformi. Per gli Anseriformi, considerate le specie rinvenute e le loro esigenze ambientali, è possibile ipotizzare che frequentassero il Fucino nei periodi più miti dell'anno come luogo di nidificazione (ciò è comprovato anche dal ritrovamento di giovani). Unica eccezione è rappresentata dalla Branta bernicla (oca colombaccio), tipica abitatrice di aree nordiche, che avrebbe utilizzato il Fucino nel periodo invernale La presenza di tracce di fuoco su alcune ossa di Anseriformi sembra supportare l'ipotesi di uno sfruttamento da parte dell'uomo di queste specie concentrata in primavera-estate, periodo in cui gli ungulati sembrano essere cacciati meno intensamente. 
 
 

Frequenza di parti anatomiche 
 
Praticamente in tutti i livelli Paleolitici di Ortucchio gli ungulati sono rappresentati quasi esclusivamente da segmenti anatomici di basso valore nutritivo come le porzioni craniali e/o quelle distali delle zampe (falangi, metapodi, ecc.) ; tali elementi potrebbero rappresentare gli scarti di una macellazione primaria. La situazione a Grotta La Punta è molto simile, mentre a Grotta Maritza il pattern anatomico degli ungulati risulta essere più completo. 
Per ciò che riguarda i piccoli mammiferi invece praticamente tutte le parti dello scheletro sono state identificate, segno che questi animali "entravano" interi nella grotta. L'analisi della distribuzione delle parti anatomiche degli uccelli, effettuata sui due ordini maggiormente rappresentati (Anseriformi e Galliformi), mette in evidenza due situazioni completamente diverse, che non possono essere considerate casuali: per i Galliformi, rappresentati nel grafico di figura 7 dalla specie più abbondante, la starna, i metacarpi e i metatarsi dominano il campione. Tale fatto viene generalmente interpretato come il prodotto dell'attività di carnivori e rapaci. Esattamente il contrario avviene per gli Anseriformi, per i quali la maggiore frequenza di coracoidi ed omeri, suggerisce un contributo umano all'accumulo di queste specie (MOURER-CHAUVIRÉ 1983, ERICSON, 1987). 
  
  

Modificazioni delle ossa 
 
La frequenza di tracce dell'attività umana sulle ossa di ungulati, assente nei livelli più bassi, aumenta progressivamente procedendo verso gli strati superiori, suggerendo in queste ultime fasi una più intensa utilizzazione del sito da parte delle popolazioni preistoriche. Poiché le parti anatomiche identificate non rappresentano l'intero scheletro, non è stato possibile determinare una strategia di macellazione di queste prede, anche se si può ipotizzare che gli elementi identificati rappresentino, come già accennato, parti scartate in una fase iniziale dello smembramento delle carcasse. Le ossa lunghe venivano spesso aperte per l'estrazione del midollo, a volte dopo aver raschiato il periosteo per ottenere un maggior controllo dell'andamento della frattura. 
 
In alcuni casi persino le falangi venivano fratturate per ricavarne il midollo. La presenza, oltre ad alcuni strumenti in osso, anche di metapodi di cervo con segni di fasi iniziali di lavorazione sembra indicare una produzione in situ. Interessanti sono anche alcuni oggetti decorati, in particolare un'ulna di lince che presenta tacche su tutte le facce. L'utilizzazione di questa specie, che è estremamente rara nel campione faunistico di Ortucchio, trova però riscontro in un frammento di punteruolo rinvenuto a Riparo Maurizio e ricavato sempre da una diafisi di ulna. 
 
E' quindi possibile che la lince avesse un qualche significato culturale per le genti del Fucino e che questa importanza si sia mantenuta nel tempo. Anche altre specie di piccoli mammiferi e carnivori potrebbero avere avuto nel Paleolitico superiore una rilevanza culturale, come ad esempio il riccio, la lepre e il castoro associati alle sepolture dei livelli M delle Arene Candide (ALHAIQUE, 1994), le incisioni raffiguranti la lepre a Grotta Polesini (ALHAIQUE, 1996, RADMILLI, 1974), o i metapodi di lepre decorati rinvenuti nella Grotta Maritza (GRIFONI, RADMILLI, 1964). 
  
Mancano quasi completamente a Grotta Ortucchio le modificazioni di origine antropica sui resti di lepre e marmotta (0,5%), e anche in quei rarissimi casi, tali modificazioni sono state identificate esclusivamente su individui adulti. A Grotta Maritza, invece, lo sfruttamento di piccoli mammiferi e carnivori sembra essere stato più intenso ed i segni di intervento umano sono stati individuati non solo su lepre e marmotta (rispettivamente 1,6 e 2,6%), ma anche su volpe (9%), gatto selvatico (2,8%) e tasso (2,4%). Sia a Grotta Maritza che a Grotta di Ortucchio però, le tracce sembrano essere comunque legate più spesso ad azioni di spellamento per il recupero della pelliccia piuttosto che ad uno sfruttamento di queste specie come fonte di cibo. Nonostante la presenza di focolari nella sequenza stratigrafica, sono rarissime le tracce di combustione su tutti i mammiferi (0,5 /o) e anche nelle altre grotte le ossa bruciate sono quasi completamente assenti: 0,6% a Maritza e 0,3% a La Punta. 
  
L'attività dei grandi carnivori, come il lupo, è evidente sugli ungulati, ed alcuni resti mostrano anche tracce di digestione. La percentuale dei segni prodotti dai predatori sugli ungulati  ha un andamento inverso rispetto alle tracce antropiche. La lepre, il riccio e la marmotta presentano in tutti i livelli frequenze estremamente elevate, a volte oltre il 50%, di modificazioni dovute a carnivori ed in alcuni casi è stato possibile riconoscere le impronte dei canini di volpe . Anche i piccoli mustelidi sembrano però aver dato un contributo all'accumulo di queste specie, come indicato da alcuni segni di denti di minori dimensioni. In natura sia la donnola che l'ermellino cacciano, oltre ai piccoli roditori, anche i giovani di lepri e uccelli e tendono poi ad accumularne i corpi in caches (KING, 1989). 
 
Questo comportamento spiegherebbe anche l'anomala sovrarappresentazione di individui giovani e giovanissimi tra i piccoli mammiferi. Altri segni possono essere stati prodotti non solo da questi carnivori, ma anche da uccelli rapaci (HOCKETT, 1991). Anche per questi ultimi vi è spesso infatti una preferenza per giovani di lepri, di marmotte, di insettivori e di alcuni uccelli anche di grandi dimensioni, come il fagiano di monte, la starna e alcuni anatidi (CRAMP, SIMMONS, 1980). 
 
Sul campione avifaunistico mancano totalmente le tracce di taglio, mentre sono presenti segni di combustione, identificati quasi esclusivamente su ossa di Anseriformi, con maggiore frequenza nei livelli superiori. Negli strati sottostanti tali modificazioni tendono a scomparire, aumentano però di frequenza le tracce di predatori. Per ciò che riguarda gli altri ordini principali, la situazione è sostanzialmente diversa: sono assai numerosi infatti i resti con piccoli fori di denti, tracce di rosicchiatura e digestione. Le modificazioni che caratterizzano i resti di avifauna sembrano quindi essere legate a due agenti principali, gli uccelli rapaci ed i carnivori; mentre il contributo umano è evidente solo per gli Anseriformi. 

  

CONCLUSIONI 

L'analisi tafonomica e zooarcheologica delle faune della Grotta di Ortucchio. mostra come le popolazioni preistoriche che hanno frequentato questo sito abbiano sfruttato quasi esclusivamente ungulati e Anseriformi. Per l'accumulo dei piccoli mammiferi e di molti uccelli, i dati suggeriscono invece un importante contributo di carnivori e rapaci. Inoltre, altre specie hanno utilizzato la grotta come tana o luogo di nidificazione e quindi vi sono morte naturalmente. Molto interessante è il ruolo giocato dai piccoli mustelidi poiché queste specie non erano mai state considerate prima in studi sui processi di formazione di un giacimento. Le indicazioni sulle frequenze delle modificazioni prodotte dagli uomini e dai carnivori sugli ungulati sembrano confermare le variazioni nell'intensità di utilizzazione del sito nei diversi periodi, identificate già dai primi studi degli anni '60 (CREMONESI, 1968). 
 
La Grotta di Ortucchio è stata comunque frequentata sempre in maniera sporadica, come indicato dalla costante alta frequenza di segni di carnivori e dalla netta prevalenza, per gli ungulati, di elementi scheletrici di scarto. 
I dati su Grotta La Punta e Grotta Marizta sono direttamente confrontabili con quelli di Grotta di Ortucchio, anche se vi sono indicazioni di un'occupazione umana più intensa a Maritza, come suggerito dalla percentuale più elevata di ungulati, dalla maggiore completezza delle loro carcasse e dalla presenza di modificazioni umane anche su piccoli mammiferi e carnivori. Grotta Maritza potrebbe quindi rappresentare una stazione residenziale a differenza delle altre due grotte che venivano utilizzate in modo più occasionale. Per cià che riguarda la stagionalità di occupazione del sito, nei periodi più antichi, esso sembra essere stato utilizzato dall'uomo durante tutto l'anno, con sfruttamento diversificato delle risorse animali nelle varie stagioni: ungulati prevalentemente fra l'autunno e la primavera e uccelli soprattutto nei periodi più miti dell'anno. Nei livelli più recenti la frequentazione sembra invece essere concentrata fra la primavera e l'autunno. 
 
Tali differenze stagionali, almeno per ciò che riguarda gli ungulati, trovano riscontro anche nelle altre grotte. Sembrano quindi esserci nel tempo diverse strategie di mobilità con differente sfruttamento del territorio. La presenza di popolazioni umane nel Fucino in diversi periodi dell'anno supporta inoltre l'ipotesi di spostamenti a breve raggio piuttosto che lunghe migrazioni stagionali. 

 

RINGRAZIAMENTI 

Desideriamo ringraziare la Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo per aver permesso lo studio di questi materiali. La ricerca è stata finanziata da grants della Wenner Gren Foundation for Anthropological Research (Gr. 6293) e della NSF (National Science Foundation) (NSF-SBR 9714934) a Francesca Alhaique.
 
Il Fucino e le aree limitrofe nell'antichità
Testi a cura di Francesca Alhaique e Alexandra Recchi
 
 
 
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