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Vittoria Addari Petrucci: "Di terra in terra"
Domenica 2 dicembre presso l'Aula Magna della scuola Elementare e Media di Ortucchio, alle ore 15.00, si terrà la presentazione del libro "Di terra in terra" dal Fucino al Don e a Selenyi Jar, (Dalle memorie di un Alpino) della scrittrice Vittoria Addari Petrucci. Saranno presenti alla manifestazione il Sindaco, il Gruppo Alpini, il Presidente del Circolo Culturale il "Castelllo" ed il critico letterario prof. Antonio Masci.

COMUNE DI ORTUCCHIO
 
Nel manifestare la mia personale riconoscenza all' Autrice Vittoria Addari Petrucci per aver così benevolmente e brillantemente accolto le mie affettuose insistenze, ritengo oltromodo doveroso dare plauso, a nome di tutta l'Amministrazione Comunale di Ortucchio, a questo lavo­ro di ricerca, intriso di capacità poetica, che riesce a scavare nei fatti e nei cuori, portando a nudo i valori umani delle nostre radici e che tanta ric­chezza aggiunge al nostro patrimonio culturale.

Una lettura le cui pagine impongono rispetto e dignità per la storia dei minori, evocando testimonianze di cronache di una generazione forte, fiera, ostinata ed attaccata al senso del dovere, fino al sacrificio.
 
Una generazione che appartiene alla storia collettiva delle genti d'Abruzzo, da sempre "terra di Alpini" i cui principi e valori sono stati alimentati dal carattere indomito di questi uomini, a cui va il merito di aver reso il nome degli Alpini sinonimo di leggenda nelle lontane terre della Russia.

Ai giovani, per non dimenticare, ricordiamo che questa è storia di soli pochi decenni prima di questi nostri anni così dimentichi dell'amo­re della patria.

Il Sindaco
Ing. Federico D'Aulerio

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PREFAZIONE
DI TERRA IN TERRA - (Dalle memorie di un Alpino)
 

È un caso più unico che raro, senza dubbio, che una donna si decida a raccontare eventi di guerra: a Vittoria Addari Petrucci, nella sua non breve carriera letteraria, è accaduto anche questo. Ma non perché a que­gli eventi abbia partecipato personalmente, bensì perché ha voluto racco­gliere le memorie dolenti d'un alpino del suo paese natio, Angelo Chiarilli, scampato alla strage sul Don e nel "quadrivio sanguinoso" di Selenyj Jar, Il risultato, come si vedrà, è stato eccellente, come in tutte le sue opere, in versi e in prosa.

Nelle pagine introduttive è la stessa autrice che c'informa sulle motiva­zioni occasionali del lavoro: ammette esplicitamente che è un lavoro ese­guito "per commissione" e, tuttavia, ne è stata coinvolta nel più profon­do dell'anima, soprattutto perchè consapevole di dover rendere un devo­to omaggio ad un piccolo-grande eroe destinato, come tanta povera gente, a finire nell' oblio della storia.

La storia, com'è risaputo ormai, è decisa sempre dai potenti, per l'ap­propriazione e la distribuzione di nuovi poteri; gli umili contano solo come "massa da macello" e finiscono purtroppo nel dimenticatoio. Questa è la legge suprema che regola il corso oscuro della storia, in ogni epoca.

Ebbene, stranamente questa volta è un semplice soldato dell' esercito italiano a farsi protagonista, sul filo ancora ben vivo dei suoi ricordi, d'un racconto drammatico legato alla sventurata disfatta italo-tedesca sul fron­te russo, nella seconda guerra mondiale. Addirittura, come si potrà con­statare, la condizione del soldato corrisponde in pieno a quella descritta da Mario Rigoni Stern nel suo famoso Sergente nella neve (1953): lo stesso periodo (inverno 1942-43), la stessa tragedia (farne, freddo, morte dap­pertutto), la stessa fine (scontri, accerchiamenti, ritirata spaventosa). Una sola differenza: Rigoni Stern era un sergente maggiore tra poveri contadini e montanari veneti e piemontesi, mentre Angelo Chiarilli, anch'egli del 1921, è un semplice alpino del battaglione "L'Aquila", dell'umile plotone "Zappatori", del 9° Reggimento della Divisione "Julia".

Ma, a ben scrutare più nel fondo dell' opera, si rinviene tutta la compo­nente tipicamente essenziale dell'autrice Vittoria Addari Petrucci, la quale fin dai suoi esordi è apparsa impegnata particolarmente nella esal­tazione dei valori umani. Nel corso dell' opera, pur nella rigorosa osser­vanza della fedeltà storica delle vicende rievocate, sono frequenti le sue incursioni nel commento personale inteso all'apprezzamento della pace e alla condanna della guerra, di tutte le guerre, che costano sempre un doloroso massacro d'innocenti.

Ovviamente, è la disposizione più umana, per non dire femminile, che prevale in certe circostanze del racconto. Un solo esempio, per renderce­ne conto esattamente: nel novembre del '42, Angelo Chiarilli arriva col suo plotone al Don che "comincia a coprirsi di ghiaccio", si ferma nel bosco di Witebskij tra pattugliamenti, servizi di guardia e cura dei muli, e il suo pensiero si perde in un "futuro assediato da morte e dolore". La scrittrice, a questo punto, si abbandona a delle riflessioni:
"Ora di terra in terra bisogna affidare i respiri e i sospiri al silenzio della notte e delle distanze ... orizzonti dolci e duri si sommano ... sono realtà tenere e dolorose ... da vivere oggi e, forse, da raccontare domani, a chi vorrà e saprà ascoltare.
È crudele il profilo della guerra, è l'urlo di migliaia di lupi nel silenzio!" Basterebbe questo rilievo conclusivo, per comprendere e giustificare lo spirito che informa tutta l'opera. E infatti, qui come altrove, nel racconto dell'alpino Chiarilli la scrittrice pone nel dovuto risalto "il bisogno di sal­vezza interiore" che, insieme all'urgenza dell'amor patrio, anche nei momenti più tragici, trova il conforto di "ricordare i visi, le parole, le carezze delle persone lontane".

Prof. Vittoriano Esposito

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INTRODUZIONE
DI TERRA IN TERRA (Dalle memorie di un Alpino)
 

Al termine della lettura del Volume che mi ha tenuto fermo alla scriva­nia per alcune ore senza mai provare desiderio di staccare e, meno anco­ra, un serpeggiante senso di noia, ho voluto indicare a me stesso il gene­re letterario in cui farlo rientrare: biografia? romanzo? saggio? documen­tario? cronaca? storia? Mi è sembrato che nessuna delle categorie classi­che risponda in pieno.

Allora? Ecco: il libro di Vittoria (sono spinto all'uso familiare del nome della scrittrice dal sentimento di amicizia che da tempo ci lega) è certa­mente una "vita minima" come lei stessa indica, ma è una vita intrisa di poesia e di meditazione.

Sulla base dei ricordi del protagonista Angelo e di altre indicazioni documentarie, Vittoria riflette e medita ... e dal suo cuore prorompono, come d'istinto, note di poesia intrise di Natura con i suoi paesaggi e i suoi lavori, di Famiglia con le sue gioie e i suoi dolori, di Religione con la sua forza misteriosa.


La narrazione procede non per linee rette, ma in senso circolare, tanto che, arrivati a leggere le ultime pagine, si é spinti ripetutamente a torna­re alle pagine iniziali per scoprire profondi legami e constatare che il più profondo interesse di Angelo e di Vittoria é sempre lo stesso: la semplicità e la serenità della vita. Come sono espressive le "minestre fumanti".


Se, nella economia della vicenda "storica", il punto più alto e dramma­tico è il quadrivio di Selenyj Jar impastato di neve, di gelo e di sangue, il lettore è spinto ad allontanarsi dalle visioni di guerra e di morte per ada­giarsi sulla dolcezza del sogno, del futuro nell'incipit del libro, del passato nel suo explicit. Come sono belle le "tappate" di neve davanti alla tabaccheria del piccolo paese (cfr. p. 24); come sono piene di significato le quattro bombe a mano che Angelo getta nel fiume. "Uno sguardo duro accompagna quel volo, quasi taglia i brutti ricordi!" (cfr. p. 108); come sono cariche di poesia le pagine finali che si soffermano sull' acqua" zolfa", sul fossato, sul castello, sulla leggenda di S. Orante, sulla trebbia­tura!

Il senso poetico della narrazione si avverte con maggiore evidenza ed oggettività, che tende, inevitabilmente, a trasporre i particolari della vicenda personale di Angelo nell'universale di tutta l'umanità, con due osservazioni di tipo linguistico: l'uso dell'impersonale e le ripetizioni lita­niche.

Il protagonista non parla mai in prima persona, non racconta mai par­tendo dall'Io; neppure la scrittrice indulge nel discorso indiretto di un banale: Angelo dice che ... , l'alpino racconta che ....... , ricorda che ... Si trasforma tutto in: si va ... si parte ... si spara ... si muore si torna ... si vive.

Le ripetizioni litaniche che potrebbero apparire monotone, provocano invece uno scavo poetico della realtà nel contrasto dello statico litanico e del dinamico poetico.

Basterà solo qualche esempio: a pag. 52 si ripete per ben quattro volte "si va sul Don", ma si conclude poeticamente:"
La parola DON ...
non il din-don delle campane che suonano a festa,
ma il don-don che accompagna ... i morti
fin dentro il cimitero".

La litania, dal sapore umoristico di riso e di pianto, di gioia di vita e di dolore di morte, di "vincere e vinceremo" viene ripetuta a pago 41 nella speranza di una futura vittoria, e alle pagg. 96-97 nella tristezza delle realtà di "morti, pianti, amputazioni". Infine come non ricordare la lita­nia che Angelo usa come un personale lasciapassare nei vari incontri con i Tedeschi dopo l'otto settembre del 1943:
... sono un alpino ...
ho combattuto sul Don e a Selenyj Jar ... ".

Con poche parole è detta l'essenzialità della vicenda!

Prof. Antonio Masci

 

 

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